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Una stella danzante

Pubblicato il 5/10/2008 da admin | Categoria: Riflessioni birrarie, Taccuino di un bevitore di birra

Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante.
(Nietzsche)

Chi non conosce questo aforisma, cosi profondo e al contempo semplice e immediato fino al punto di trovarsi a suo agio perfino su una semplice t-shirt?

Prendo spunto da un articolo apparso su Fermento Birra di Luca Giaccone, amico e stimatissimo conoscitore di birre, per buttare giù, anche un po’ a casaccio per la verità, una serie di cupi pensieri sull’attuale caos birrario, nella speranza di liberarmene e ottenere sicuro sollievo dello spirito.

Sia chiaro da subito che sarà il primo a gettarmi sul malto e sul luppolo italiani quando avranno la qualità  e soprattutto la varietà  che oggi trovo dispersa in almeno tre nazioni birrarie di grande tradizione! Credo però che prima di occuparsi della scelta della tappezzeria di casa, il “buon padre di famiglia” si debba preoccupare di costruire le fondamenta della stessa, e che esse siano le più solide possibile.

In Italia, nonostante enormi progressi, i problemi principali sono la preparazione tecnica dei birrai, il basso, spesso infimo, livello tecnologico e la conseguente bassa qualità dei prodotti. Giorni fa un cliente dal quale mi stavo riportando una bottiglia di Amber Shock perché gasata fino a essere inservibile, mi ha detto sconsolato che purtroppo ognuna delle artigianali da lui vendute sembrava avere almeno un problema! Al mantenimento di questa situazione, purtroppo inconsapevolmente, collabora chiunque manifesti apprezzamento per una birra in base alla ricchezza e all’originalità , al di là  di un fondamentale indicatore di qualità  che è la costanza, riflesso cristallino e immediato della conoscenza tecnica del birraio! Ciò è anche peggio quando la persona in questione è riconosciuta da altri come esperta di birra!

Artisti sì, eccome, ma prima facciamo come i grandi pittori, tutti “œa bottega” per imparare l’essenza profonda della materia e del colore o, nel nostro caso, delle materie prime e dei veri birrai, i lieviti! Quando l’anno scorso sono andato all’estero a seguire un corso di produzione di due settimane, alcuni colleghi mi guardavano un po’ meravigliati dicendo: “ma come, proprio tu?”, oppure “come docente, vero?!”. Quando sono tornato ero invece ancora più dolorosamente conscio della modestia delle mie conoscenze tecniche.Oggi gli “esperti degustatori” del settore birra artigianale, di cui alcuni veri e altri sedicenti, sono tutti beerhunters, tutti a caccia del fenomeno birrario del momento. Il birraio viene letteralmente pompato fino a che non si trova un altro fenomeno da osannare. Questo perverso sistema (al quale mi è capitato di partecipare, lo ammetto) è in realtà diffuso in tutti i paesi birrari di mia conoscenza e sembra anzi essere proprio lo stile dei nostri tempi. La grande differenza tra noi e questi paesi sta nei nostri infimi consumi pro capite e nel fatto che loro sanno fare la birra e sanno benissimo come il mercato vero, quello che può sostenere economicamente un’azienda e quindi un movimento, spesso si fa con le birre di carattere ma beverine e relativamente “facili” per il consumatore. Per questo consiglio sempre di imparare a fare delle birre base e poi, a completamento della gamma e per piacere personale, buttarsi su specialità  birrarie anche estrosissime. In Italia, oggi, troviamo microbirrifici che propongono esclusivamente specialità . Io credo che confondano l’interesse dei “soliti esperti” con l’interesse del mercato, fondamentale per vendere, produrre, guadagnare e campare onorevolmente. Se la birra artigianale viene associata all’idea di birra strana, potremo arrivare solo a quote di mercato infime, visto che saremmo solo una supernicchia nel mercato già moscio della birra in Italia oppure ci ritroveremmo a dipendere dalle esportazioni in paesi birrari oppure ancora ci estingueremmo! Certo anche in Italia c’è spazio per qualche vero artista “maledetto” della birra come se ne trovano in Belgio, ma non possiamo pensare di esserlo tutti.

Ancora, sono le lacune di formazione che lasciano spazio al fiorire di miti come quello della rifermentazione in bottiglia che sarebbe la panacea per curare tutti i mali, oppure ancora l’idea, da qualcuno presa addirittura come unico parametro per una selezione di birre artigianali italiane, che le alte fermentazioni durino di più! La generalizzazione di concetti veri solo in alcuni casi crea grossi pasticci e confonde, come grave ultimo effetto, le idee già confuse del nostro potenziale consumatore che, spaesato, fugge!

La provenienza locale delle materie prime è senz’altro da perseguire ma prima di parlarne con tanto realismo abbiamo, soprattutto sul luppolo, molto serio lavoro da fare, in sordina e a testa bassa! Il concetto del “chilometro zero” in questo momento è di difficilissima applicazione per la birra se non a costo di enormi restrizioni nella libertà  di scelta dei birrai e, soprattutto, perché uno dei successi sbandierati delle nostre birreb è il fatto che vengono esportate (tra le altre le mie, sia chiaro) in tutto il mondo! Non perdo tempo ad evidenziare la palese, enorme, contraddizione. Diciamo pure, invece, che l’attenzione di una parte dei consumatori è molto attratta dalla provenienza locale, e che, soprattutto, molti enti ed istituzioni sono molto più disponibili con i produttori che si mostrano sensibili all’argomento, ma non facciamone la nuova crociata perché oggi la birra artigianale italiana ha bisogno di tutto tranne che di mistificazioni.

Abbiamo bisogno di serietà, di formazione, di chiarezza e di informazione del consumatore. Altrimenti perdiamo un treno che corre verso meravigliose destinazioni!!! Insegniamo al consumatore cos’è la birra artigianale italiana, nella sua varietà enorme e nelle enormi possibilità di abbinamento a cibi e situazioni più diverse, ma facciamo di tutto perché sappia distinguere tra una birra di qualità e un accrocchio casuale confezionato con luppoli o malti o altri ingredienti di qualsivoglia provenienza. Questo è, a mio parere, la virtuosa pressione selettiva che ogni amante e conoscitore della birra dovrebbe esercitare in questa epoca, al fine di sostenere il movimento e quindi sperare di avere a disposizione nel futuro sempre più birre artigianali italiane buone e adatte ad ogni occasione!

Agostino Arioli

articolo apparso su Fermento Birra

6 commenti
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  1. Innanzitutto benvenuto nel magico mondo dei blog et similia! Ne sono davvero contento perché credo ci sia bisogno più che mai di una visione lucida e razionale come la tua… Inutile dire che condivido in pieno questo tuo scritto, già letto appunto su Fermento Birra, il problema è spinoso ma va affrontato… Grande Ago, spero di venirti presto a trovare (anche perché ho un progetto che ti vorrebbe protagonista) e se vuoi (e soprattutto se hai tempo), dai un occhio al mio blog (Siamo tutti “beer snob”) o a Cronache di Birra del bravo Andrea Turco, dove si sta svolgendo un dibattito proprio su questi temi…
    A presto,
    Maurizio

  2. Ciao Agostino,
    premetto che se tu parli di “modestia di conoscenze tecniche” io sono ancora all’età della pietra.
    Comunque producendo anch’io birre a bassa sono ben conscio della minor durata di quest’ultime rispetto a quelle rifermentate, anche parlando con altri colleghi il discorso sulla maggior durate delle birre ad alta rifermentate sembra fuori discussione.
    Perchè tu invece sostieni il contrario?

    Ciao
    Donato
    birrificio “Birranova”

  3. Ciao Donato, teniamo distinte due questioni diverse molto spesso confuse: lieviti di alta o di bassa e rifermentazione o non rifermentazione. In effetti devo sottoscrivere la tua affermazione secondo la quale i lieviti di alta, o perlomeno la maggiorparte di essi, sono più rustici e resistenti di quelli di bassa e danno quindi meno problemi di stabilità del profilo aromatico e di contaminazione. Da qui alla generalizzazione, sintomo tipico di ignoranza, c’è un bel passo e ancor più bestiale è (tale era la mia citrazione nello scritto) usare il lievito come criterio sdelettivo per uno scaffale di negozio.
    Ma la fonte di balcuni dsei mali che affliggono attualmente il nostro mercato credo sia soprattutto l’assioma rifermentazione=no problem. E’ contro questa pericolosa convinzione che combatto, perchè ne vedo gli sconvolgenti effetti quasi ogni giorno. E’ sintomo che crediamo alle favole.
    Purtroppo viviamo in un paese dove non siu vuole sentir dire chje per vincere la crisi si devono fare tutti dei sacrifici ma si da fiducia a chi propina soluzioni magiche da imbonitore di piazza.
    L’unico segreto nella produzione della birra è il seguente: curare con scrupolo e cognizione di causa ogni passaggio della produzione e della post commercializzazione come shelf-life in termini microbiologici e di stabilità aromatica.
    A tal proposito, se vuoi farti un quadro serio della odierna situazione ti invito a monitorare le tue birre e quelle di una serie a scelta di altri produttori in modo da iniziare a separare il grano dal loglio, cioè fare puilizia tra le convinzioni e le verità. In tertmini tecnici la rifermentazione (come forse sai la uso anche io sia con lieviti bdi bassa che di alta) aiuta a contenere l’ossidazione, non ha effetto importante sulla stabilità microbiologica ma apone invece ìin campo nuove e numerose variabili produttive difficili da gestire.
    Se hai ben lavorato a tutti i livelli le cose funzionano in ogni caso, se non hai bel lavorato perchè non sai cosa vuole dire, non c’è lievito di alta nè soprattutto rifermentazione che ti salvino.
    Naturalmente queste sono tutte nie personalissime opinioni. Se qualcosa di questo ti risuona prendilo e fanne tesoro, se no, butta tutto dalla finestra, in fondo è quasi capodanno !
    Buone birre !
    Ago

  4. Il discorso è molto chiaro.
    Infatti ormai sembra che certi difetti in alcune birre blasonate anche di provenienza estera da essere un difetto sia diventato un punto di pregio. Per cui appoggio la tua causa.
    Per cui se ho ben capito, un buon birraio dovrebbe concentrarsi e lavorare sulla stabilità microbiologica (minor carica batterica possibile) poi può scegliere se usare lieviti ad alta o bassa, se rifermentare o no.
    Ti faccio una sola domanda, quanto un buon impianto di imbottigliamento può aiutare la stabilità mcrobiologica di una birra?

    A presto
    Donato

  5. Beh, una rigorosa detersione ed igienizzazione della riempitrice sono certo importanti per evitare contaminazioni ma il problema grosso in fase di imbottigliamento è l’ossigeno che può disciogliersi nella birra e causare in tempoi più o meno lunghi dei danni qualitativi legati alla ossidazione.
    Quando passi a trovarmi ci facciamo quattro chiacchere di birra !
    Ciao, Ago

  6. Ok, ci si vede a Rimini, faccio lo stand.

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